Cittadinanza europea, libera circolazione e welfare: la Corte di Giustizia fa chiarezza sul godimento delle prestazioni sociali nello stato UE ospitante

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Con questo articolo vogliamo informarvi sul contenuto di sentenze che hanno un impatto sulla vita dei giovani europei che vivono in un altro Stato membro dell’UE.

Di seguito la sentenza spiegata dall’Avv. Giulia Donadi –  consulente legale di Giovani Italiani Bruxelles

Per la Corte di Giustizia con sede in Lussemburgo: i cittadini dell’Unione economicamente inattivi che si recano in un altro Stato membro possono vedersi negato il beneficio di talune prestazioni sociali.

La Corte di giustizia con la sentenza pubblicata martedì 11 novembre 2014 (C-333/13) stabilisce una stretta relazione tra diritto di soggiorno e diritto a beneficiare delle prestazioni sociali nel paese membro ospitante.

Al vaglio della Corte la controversia tra due cittadini rumeni (una madre e suo figlio) e il centro per l’impiego di Lipsia (Germania). Quest’ultimo ha negato alla signora Dano e a suo figlio Florin le prestazioni dell’assicurazione di base. Dagli atti di causa risulta che la signora Dano vive in Germania insieme al figlio almeno dal novembre 2010 ed abita presso la sorella che provvede al suo sostentamento e a quello del figlio. Non ha esercitato alcuna attività lavorativa né in Germania né in Romania e non è in cerca di lavoro.

La Corte dichiara che per poter far valere il diritto alla parità di trattamento per quanto riguarda l’accesso a prestazioni sociali, è necessario che il soggiorno presso il paese ospitante soddisfi determinate condizioni fissate dalla direttiva sulla libera circolazione (direttiva 2004/38).

Tale direttiva, ricorda la Corte, distingue tra i soggiorni che vanno fino ai tre mesi e i soggiorni di durata superiore a tre mesi e inferiori a cinque anni.

Per i soggiorni che vanno fino a tre mesilo Stato membro ospitante non è tenuto ad attribuire prestazioni di assistenza sociale a un cittadino di un altro Stato membro o ai suoi familiari durante questo periodo.

Per i soggiorni della durata superiore a tre mesi ma inferiori a cinque anni (come nel caso in esame), sempre alla luce della suddetta direttiva, lo Stato membro ospitante “deve avere la possibilità di negare la concessione di prestazioni sociali a cittadini dell’Unione economicamente inattivi che esercitino la libertà di circolazione con l’unico fine di ottenere il beneficio dell’aiuto sociale di un altro Stato membro pur non disponendo delle risorse sufficienti per poter rivendicare il beneficio del diritto di soggiorno”.

La Corte ricorda che la direttiva 2004/38 “mira ad evitare che i cittadini economicamente inattivi utilizzino il sistema di protezione sociale dello Stato membro ospitante per finanziare il proprio sostentamento”.

Dunque, a parere della Corte, per le persone economicamente inattive che si recano in un altro Stato membro, il diritto di soggiorno è subordinato alla condizione che esse dispongano di risorse sufficienti.

E lo Stato membro ospitante può negar loro il beneficio di prestazioni sociali che sono assicurate ai propri cittadini che si trovano nella medesima situazione.

Nel caso in esame, la Corte ha sancito che la signora Dano e suo figlio, non disponendo di risorse sufficienti, non possono rivendicare il diritto di soggiorno in Germania in forza della direttiva 2004/38 e quindi non possono appellarsi al principio di non discriminazione sancito dalla suddetta direttiva e dal regolamento sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale (reg. 883/2004).

Per Giovani Italiani Bruxelles / Giovani Italiani Europa questa sentenza è molto importante perché tocca nel vivo una questione chiave per le migliaia di giovani europei che scelgono di spostarsi in uno stato diverso da quello di residenza in cerca di opportunità e futuro.

Chiediamo che in questo periodo di recessione e di revisione delle politiche migratorie e sociali in molti paesi dell’Unione non venga minacciato il diritto alla libera circolazione dei cittadini.

Libera circolazione e godimento delle prestazioni sociali sono aspetti legalmente correlati ma distinti.

Ci teniamo a ribadire quanto sia importante tutelare la libera circolazione evitando di cadere in facili cliché sulla paura dei migranti  che sono una grande ricchezza nel paese ospitante in quanto forza lavoro, portatori di idee e di risorse che alimentano la vita economica e sociale dei paesi di accoglienza.

Questo non deve giustificare però comportamenti scorretti da parte di cittadini UE (e non) che fanno degli ammortizzatori sociali una fonte fissa di reddito invece di considerarli uno strumento temporaneo durante le fasi di ricerca di lavoro.

Queste forme di comportamento a volte scorretto possono risultare rischiose in un’Europa in cui il consolidamento fiscale ha diminuito i margini di manovra per il sostentamento dei sistemi di welfare  (dato che, come ha ribadito la BCE, si prevede un periodo lungo di crescita debole) e in cui le risorse per il welfare vanno tutelate per salvaguardare chi è effettivamente alla ricerca di un lavoro e quelle categorie deboli (madri, disabili, disoccupati in età avanzata, ecc.) che hanno più bisogno di assistenza.

Non ci sono differenze tra cittadini italiani, rumeni, tedeschi o extra-europei: chi si comporta in modo opinabile potrebbe costituire un danno per altri cittadini.

Bisogna stare molto attenti a non strumentalizzare certi episodi e la deliberata “denuncia dello straniero” che inevitabilmente apre la porta a facili fenomeni di razzismo ed euroscetticismo, con la minaccia non solo della libera circolazione dei cittadini ma anche di quei valori e  diritti civili e sociali che stanno alla base dell’Unione Europea.

Commento di Francesca Romana Minniti

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